10 maggio 2012

La dieta vegetariana fa bene anche ai bebé: "I bambini si ammalano molto meno"


Dieta vegetariana 'promossa' fin da piccolissimi: secondo una ricerca italiana questo regime alimentare, adottato nella prima infanzia, non altera l'andamento della crescita. Anche se sarebbe bene che il menù 'verde' fosse attentamente seguito e pianificato dal pediatra, per assicurare un buono sviluppo dei piccoli. E' quanto emerge da uno studio tutto italiano, condotto su 95 bambini di 1-2 anni da Leonardo Pinelli, presidente della Società scientifica nutrizionale italiana (Ssnv).

"In precedenti studi - ricorda l'esperto - si è visto infatti che, seguendo un menù vegetariano, ci si ammala molto meno all'asilo: i bimbi vegetariani hanno difese immunitarie migliori rispetto agli onnivori, i quali seguono un'alimentazione che favorisce una risposta infiammatoria più forte". Il medico ha presentato le sue conclusioni nei giorni scorsi a Parma, in occasione della V edizione delle Giornate pediatriche 'A. Laurinsich', organizzata dalla Società italiana di pediatria preventiva e sociale e dalla Clinica pediatrica dell'Università di Parma.
"In Italia - ricorda all'Adnkronos Salute - esistono circa 7 milioni di vegetariani, con una tendenza in continuo aumento". Lo studio è stato condotto su 95 bambini tra il primo e il secondo anno di vita, nutriti con un regime alimentare esclusivamente vegetariano e nel 10% vegano (che esclude anche latte e uova)". Tutti i piccoli osservati non erano controllati o seguiti nell'alimentazione dal pediatra, "il cui parere era per lo più contrario alla scelta vegetariana. I genitori, da parte loro, si affidavano principalmente all'esperienza o ricorrevano a libri o siti Internet, cosa che - spiega Pinelli - ha portato a errori fondamentali di impostazione. Ad esempio, se ci si basa sui testi online occorre considerare che sono redatti spesso in inglese per altri Paesi, come gli Usa, in cui i cibi arricchiti sono molto più diffusi di quanto non accada in Italia".
Dunque menù vegetariano sì, ma a patto che "sia messa in campo una corretta integrazione. In questo modo i piccoli potranno avere importanti benefici", avverte l'esperto. Nello studio sui bimbi si è visto che, nonostante gli errori 'dietetici' di base, tutti i bambini vegetariani osservati presentavano "una crescita normale, e nei 21 bimbi sottoposti ad analisi di laboratorio i valori dei micronutrienti sono risultati regolari".
Solo in pochi casi, prosegue Pinelli, si sono riscontrate alterazioni del ferro e della vitamina B12, "in linea comunque col tipo di alimentazione comune in Italia". I bambini che hanno preso parte allo studio provenivano dal Centro e dal Nord Italia e la scelta di un'alimentazione prettamente vegetariana era legata nel 60% dei casi a un orientamento etico dei genitori, nel 32% a motivi di salute, nel 4% a motivi religiosi ed infine, per un altro 4%, a motivazioni legate all'ambiente.
Questo studio ha dimostrato come, "anche in età pediatrica, una dieta alimentare di tipo vegetariano - sintetizza l'esperto - non risulta dannosa, anche se dovrebbe essere ben pianificata da pediatri specializzati, affinchè possa essere sicura e valida per una buona crescita e un buon sviluppo dei piccoli. Dunque è necessario che i pediatri di famiglia non solo non ostacolino la scelta vegetariana da parte dei genitori - conclude - ma raggiungano con il tempo un livello di formazione tale da poter supportare le famiglie, senza costringerle a un pericoloso fai da te".

Fonte Adnkronos Salute - tratto da http://www.genitoriveg.com

21 aprile 2012

Leone unenne!

‎"La pace si costruisce un bambino alla volta" - Ibu Robin Lim



17 aprile 2012

Yoga olimpionico

Periodo di Olimpiadi...e mi pareva che non ci mettessero in mezzo anche lo yoga!!!

Al via il campionato “Yoga Asana Championship”, una vera e propria gara atletica che prelude l’intenzione di far diventare lo yoga una disciplina atletica al pari delle altre. Si chiama "National Yoga Asana Championship", ed è un vero e proprio campionato di yoga basato sulla capacità di assumere le varie posizioni. È stato organizzato da USA Yoga dal 2 al 4 marzo 2012 a New York.
Articolo tratto da http://www3.lastampa.it

NO COMMENT! Più che disciplina fitness personalmente vedo lo yoga come l’arte di vivere in armonia con noi stessi e quanto ci circonda…senza competizione ed eccessi!!!

10 aprile 2012

Svuotare le articolazioni

A volte ho l'impressione che “ l'allungamento” abbia subìto, in ambito yogico, quello che Andrè Van Lysebeth definiva l'effetto pizza", e che spiegava così: un piatto che faceva parte della tradizione di una regione, nelle sue varie versioni locali, al quale nessuno si era mai sognato di conferire una particolare importanza, quando è stato esportato oltreoceanno dagli emigranti, diffondendosi in questo vasto territorio dove non era troppo difficile acquisire fama, dati i grandi spazi vacanti di cultura e tradizione, diventò il simbolo della cucina italiana, e da noi rimbalzò accettato automaticamente come tale.
Così, a uno sguardo superficiale, può sembrare che la predominante propensione di un praticante di yoga sia quella di allungare e rilassare.
Stirare, allungare le membra e non solo, anche i muscoli del tronco, della nuca, del viso, più muscoli possibili, magari insieme a un buon sbadiglio, è l'azione istintiva che condividiamo con gli amici quadrupedi, per alleggerire la fatica o per mettere in moto il sistema, per entrare o uscire felicemente nel o dal sonno. È un peccato che la mente, sempre in moto fin dal primo istante del risveglio, ci tenga lontani dalla sana abitudine di stirarci, ancora a letto, incontrando le sensazioni muscolari quando ce lo concediamo, questo atto dà una sensazione di benessere, di piacevolezza, di alleggerimento. Così i "veloci" sapienti americani hanno scoperto l'arte dello stirarsi che, ribattezzata "stretching", è tornata di rimbalzo come folgorante scoperta della moderna scienza ginnica d'oltreoceano.
Non è raro che una delle domande che l'aspirante praticante pone quando chiede informazioni sia, con una malcelata speranza di ricevere risposta afferamativa: "Ma nello yoga si fa anche stretching “Good grief”, misericordia, avrebbe risposto Charlie Brown. E invece pazientemente rispondiamo che la pratica di allungamento ha da sempre fatto parte dello yoga, che tutto sta nel Come viene effettuato, eccetera, eccetera, ognuno secondo la propria convinzione e creatività.
Mi domando se, tuttavia, suggestionato da tutto questo stretching, anche il popolo dello yoga non stia rischiando di prendere una parte per il tutto, e, come per la pizza, fare dell'allungamento la caratteristica saliente dello yoga. Che nell'Hatha Yoga il corpo sia inteso come strumento di evoluzione, è pensiero che tutti condividiamo. E' sul "come" intendiamo tutto questo, che possiamo procedere a qualche distinguo. Mi è capitato tra le mani un vecchio libro degli anni settanta, dell'allora celebre kinesi terapeuta francese Emile Wanono, noto soprattutto nel mondo dello sport, che scriveva: "Non sono contro lo yoga quando viene praticato da contemplativi, indiani od occidentali [... ] un beneficio sicuro che si trae dallo yoga è l'arte di respirare, vantaggio inaudito in un'epoca in cui si confonde l'ampiezza dei bronchi con l'efficienza polmonare. Esiste un grado di elasticità della colonna da non oltrepassare, se non si vuole provocare un allungamento atonico dei legamenti. Questo rilassamento permette una sbavatura delle articolazioni che lavoreranno disordinatamente sino a quando comparirà l'usura della loro cartilagine (... ) Alcune persone riescono a toccare terra con i gomiti, il che non è né trascendentale né auspicabile".
Al di là delle osservazioni, certo degne di grande interesse, mi ha colpito come questo personaggio, estraneo al mondo dello voga, abbia colto l'essenza della questione:"quando viene praticato da contemplativi". Ovvero il fatto che l'attitudine yogica si colloca su di un piano che solo apparentemente sembra appartenere alla vasta schiera delle discipline corporee, ma che in realtà ben poco ha da spartire con esse. E che lo spirito con cui si affronta una seduta ginnica o sportiva non è quello di chi si accosta a una seduta di yoga.
Vedo già alzate di sopracciglia; certo, tutte queste sono ovvietà... eppure, come mai noi praticanti e insegnanti di yoga ci occupiamo così tanto di anatomia e fisiologia del movimento, al punto che il posizionamento dei segmenti della colonna vertebrale non ha più segreti per noi - o almeno lo crediamo: retroversione e antiversione del bacino, allineamento cervicale, e tutta la panoplia dello scrupoloso e preparato insegnante di... ginnastica!
Ma no, certo che no: è nostro appannaggio la conoscenza dell'energia, addirittura le pratiche per "l'estensione e il controllo dell'energia vitale", il pranayama, perbacco!
Siamo inoltre confortati dal fatto che una moderata pratica di posizioni, con un giusto accompagnamento di apertura del respiro, una confidenza con la pratica di rilassarsi, produce già in noi e negli eventuali compagni di pratica degli evidenti miglioramenti: dunque siamo sulla buona strada.
Le nostre conoscenze scientifiche occidentali ci spiegano che la pratica delle asana ha un effetto di ribilanciamento dell'attività nervosa, che nel civilizzato moderno è sicuramente a prevalenza simpaticotonica, a favore di uno stato dove si invita la predominanza del ramo parasimpatico.
Ed è per questo, diciamo allora, che da una seduta di yoga si esce rigenerati, con la sensazione di aver fatto una "doccia interiore".
Ancora mi torna in mente Andrè, che spesso diceva: "Non ho mai trovato la spiegazione scientifica di quello, che affermano gli Yogi....ma di quel che ho potuto sperimentare, ho constatato che era vero e allora pratico, e sono convinto che prima o poi la spiegazione arriverà". E un'altra sua fase preferita era: "Yoga è l'inversione delle normali correnti di prana e di pensiero".
Noi pratichiamo l'allungamento muscolare applicando la non forzatura, l'abbandono, in fondo per arrivare a sciogliere le articolazioni, per restituire a questo che è il nostro corpo la maggiore libertà possibile, sperando che da questa libertà altre libertà proverranno. Perché non invertire "la normale corrente di pensiero e di prana " e muovere invece direttamente dal centro di impulsione del movimento, dal centro dell'articolazione, appunto?
Per riferirmi al centro di un'articolazione, mi riferisco a un punto astratto, al punto nel mezzo di uno spazio, non mi fisso sui muscoli, anzi, ho il compito di fermarmi prima di sentire che i muscoli cominciano a serrarsi... perché ?
Perché altrimenti, se continuo a riferirmi ai muscoli, continuerò a conferire sempre più densità alla densità, materia alla materia.
Allungare i muscoli, perché? Per liberare l'articolazione... allungo gli ischio-crurali per liberare l'anca, ovvero il bacino rispetto al femore nella flessione del tronco; allungo i quadricipiti e lo psoas per liberare il bacino rispetto al femore nell'estensione, e così via; dunque lavoro dalla periferia soprattutto, coi grandi muscoli, per arrivare all'articolazione, ai piccoli muscoli monoarticolari. Questo ho fatto per tanti anni, e non è certo stato un lavoro sprecato.
Se consideriamo i "testi-manuale" per la pratica, come l'Hatha Yoga Pradipika o la Gheranda Samhita, non si menziona da nessuna parte l'allungamento, né la decontrazione, e non ci sono nemmeno indicazioni atte a salvaguardare in qualche modo vertebre o articolazioni: perché?
L'impressione è che l'accento sia messo sulla necessità che, prima di dedicarsi alla pratica corporea, il corpo sia accuratamente purificato, sottoposto cioè agli shatkarma. Le purificazioni, nello Hatha Yoga, sono pratiche che suggeriscono il fatto che se, protratte per un qualche tempo, alleggeriscano, svuotino e decondizionino il corpo a un punto tale che da lì in poi i meccanismi di reazione saranno quelli di un polpo rivoltato e battuto.
Se leggiamo il resoconto di Theos Bernard, pioniere occidentale dello yoga che negli anni quaranta effettivamente intraprese un percorso di ricerca di Hatha Yoga autentico, ci rendiamo conto di quanto questa via poco somigli a quanto praticato oggi, anche nei cosiddetti ashram indiani. Ed è normale e logico, dato che nessuno di noi, in quanto individuo che ha scelto di vivere in società, homo domesticus, può e vuole dedicarsi i pratiche ascetiche, se non in versione estremamente light. Ma allora, in quanto praticante appartenente a questa categoria, dovrò limitarmi al lavoro più "corporeo" E qui che possiamo fare il famoso distinguo. Se voglio rimanere su di un approccio squisitamente corporeo ed energetico, è giusto praticare con sequenze di asana anche piuttosto intense sostenute dal respiro. Questo è, ad esempio, la pratica di T. K. Shribhashyam, che esclude ogni importanza al corpo fisico, il quale viene allenato per prepararlo ai lunghi "rituali" vedici o, nel nostro caso, alla lunga permanenza nell"asana" seduta indicata da Patanjali per le pratiche "interne".
In queste tradizioni, il corpo viene addestrato perché non sia di impaccio, ma di sostegno, alle pratiche "sottili". Dunque c'è una dicotomia: il corpo di per sé non importa, ma me ne occupo perché poi mi deve servire a...
Rispettabilissimo, è l'approccio delle vie progressive che necessariamente poggiano sulla dualità. Io sono qui ma mi preparo per andare un po' più in là; e quando sarò un po' più in là... mi accorgerò che sono uguale a prima, ovvero che, salvo un corpo un po' più allenato, mi sono portato dietro tutto, non ho lasciato presa proprio su niente.
Allora, l'approccio diretto: perché non rendersi conto nell'istante che non sto lasciando proprio niente, perché profondamente non è mia intenzione farlo, ed è questa la verità alla quale aderire se voglio smettere di inseguire un mitologico me stesso "diverso" ?
Perché non posso farlo, se la pratica è impostata seguendo le istruzioni "per la progressione".
Perché devo sapere quando pratico per il benessere o per accorgermi di quanto ho paura di essere.
Se pratico con un'intenzione di intervento sul corpo fisico-energetico, se voglio tonificare, allungare, sarà giustificato adoperare braccia e cinghie e supporti vari per aiutare gli allungamenti, che peraltro sappiamo essere fatti tutti con il necessario ascolto delle sensazioni di stiramento per rilasciare e non forzare.
Se pratico diversamente, la cosa più importante sarà dedicare del tempo a esplorare quanto l'intenzione sia presente in profondità. Allora mi renderò conto che l'asana è anzitutto un pretesto per esplorare quanto i muscoli, le articolazioni, sono abitate dalla difesa, dall'aggressività, dunque dalla paura. Questa esplorazione, che nulla intende e pretende, darà modo all'articolazione di vivere nel suo spazio, senza serrarla tra muscoli nel tentativo di liberarla.
Permettere uno “svuotamento” articolare, attraverso un paziente e bellissimo ascolto delle sensazioni fini. Se davvero un'articolazione si svuota, questo si ripercuoterà in certe zone del dorso e della mente. Allora potrò riferirmi allo spazio, e rendermi conto che non c'è proprio nulla da tirare o da allungare.
C'è da ascoltare.
Come posso procedere, per riferirmi non più al muscolo, ma allo spazio?
Risvegliando la sensibilità assopita, che si riferisce direttamente al corpo sottile. Risvegliare la sensibilità significa scoprire quanto poco siamo sensibili. Scopriamo l'abitudine a riferirci esclusivamente alla sensazione muscolare. La sensazione tattile, che è presente in tutto il corpo, è invece straordinariamente addormentata.
Per esempio, per ruotare la testa a sinistra, posso iniziare col sentire il contatto della guancia sinistra, della tempia, dell'orecchio con l'aria, e sentirne (o constatare che non sento, il che è la stessa cosa) la lievissima sensazione mentre la testa ruota: a un certo momento sento la densificazione muscolare, segno che sto andando oltre; allora fermo il movimento, aspetto che la sensazione muscolare svanisca, eventualmente torno un poco indietro. Il movimento fisico si ferma, prosegue l'onda dello spazio. Come ogni onda, compiuto un movimento, questo si dissolve nel suo contrario. L'onda ritorna, la guancia segue. La guancia rimane nella sensibilità. L'onda continua. Dove finisce? Non finisce mai. La sensibilità della guancia, cercando il contatto con lo spazio, ha creato un movimento nello spazio; l'onda di spazio prende in carico il movimento: dove è il confîne?
Prendiamo un asana dove classicamente si induce un allungamento muscolare piuttosto sentito, diciamo Upavishta Konansana . So che si tratterà di ischio-crurali, soprattutto, e di articolazione dell'anca. Allora mi riferirò al polo opposto, nella gamba, all'articolazione dell'anca: al piede. Ed esplorerò la sensibilità della pianta del piede, le leggere sensazioni presenti in assenza di movimenti fisici. Radiazione, calore... quel che è. E proseguo con caviglia, ginocchio, fino ad arrivare alla coscia e sentire se davvero la lascio affondare nel pavimento. A quel punto c'è qualche possibilità che l'anca abbia lasciato defluire un po' di densità. Allora mi renderò conto che, appena inizio a spostare l'Inclinazione del bacino, c'è una immediata reazione della coscia che si tende, bloccando l'articolazione. E' necessario tornare indietro fino a che si ritrova la sensazione di non densità muscolare e poi riproporre lo spostamento, mantenendo questa distensione.
Poi ci si accosta nuovamente all'asana, fino a che si incontra una nuova resistenza. Qui ci si ferma. Si sente questa resistenza profondamente, e si sente il profondo desiderio di scioglierla, senza fare nulla per scioglierla. Si ritorna molto coscientemente e, durante il ritorno, prima di arrivare al punto di partenza, si assiste al lasciar presa tattile di tutto ciò che si era sovrapposto al movimento.
Queste possono essere viste come le prime due tappe.
E importante, in questo approccio, rendersi conto dell'abitudine a lavorare in una situazione "di sofferenza" e, attraverso esplorazioni progressive, constatare che si tratta di una idea, che, come tale, non ha una reale consistenza. Trattandosi di esperienze che si riferiscono direttamente alla sensorialità, disquisirne e descriverne gli ulteriori passaggi, utilizzando la parola scritta, rischia di diventare complicato o francamente noioso.
Posso confermare, per mia esperienza, per quanto limitata, che tutto questo funziona. Procedendo secondo questo accostamento alla pratica, ho potuto constatare, come "effetto collaterale", una molto maggiore libertà, ad esempio, nell'articolazione dell'anca, e recuperare un disagio al ginocchio che si era installato da tantissimo tempo e di cui non venivo a capo nemmeno con aiuti esterni.
Allora:
Abbandonare la resistenza? Vuol dire che abbandono l'intenzione di resistere?
Vuol dire che mi rendo conto che non posso fare a meno di avere un'intenzione.
Ascolto l'intenzione come sensazione tattile nel corpo.
L'intenzione è quella che è. Allora la pratica è quello che è.
Ho abbandonato o non ho abbandonato?
Ha importanza?
“Attività e pratica dello Yoga non possono servire da via, perchè la coscienza non nasce dall'attività. Al contrario, è l'attività che ne deriva”
Abhinavagupta, Tantraloka
A proposito di invertire le normali correnti di prana e di pensiero....

Testo tratto da un articolo di Stefania Redini e pubblicato su anima TV nel 2010

08 aprile 2012

Buona Pasqua!


A tutti voi un affettuoso augurio di buona Pasqua!

...che tutti gli esseri possano essere felici...om shanti shanti shanti

Lo yoga contro la cura di Monti

Fioccano nuove tasse, i rincari delle bollette erodono i risparmi delle famiglie e il Financial Times spiffera di una nuova stangata in arrivo: ansia da crisi? 
Per placare le preoccupazioni gli italiani si danno alla meditazione orientale. Sono ben due milioni quelli che praticano yoga: soltanto due-tre anni fa erano un milione e mezzo. (...)

...un pò più di pace e benessere oltre il grigiore della crisi! 

Tratto da www.libero.it

24 febbraio 2012

Un prezioso alleato...il Tea Tree Oil

L’olio essenziale di tea tree, noto anche come olio essenziale di melaleuca o tea tree oil, viene estratto dalle foglie dell’albero di Melaleuca alternifolia, specie vegetale originaria dell’Australia. In diverse zone dell’Australia viene tuttora effettuata la raccolta spontanea delle foglie di questa pianta, che in seguito subiranno un delicato processo di distillazione mediante l’impiego di vapore acqueo. Grazie alle sue proprietà curative e disinfettanti, esso viene impiegato sia nella cosmesi naturale che nella detergenza della casa.

Il tea tree oil ha proprietà anche  antibatteriche, cicatrizzanti, antimicotiche e antiodoranti, che lo rendono una delle sostanze più miracolose che la natura sia in grado di offrirci. Bisogna ricordare però che per il suo impiego è necessario seguire alcune precauzioni. Perché il tea tree sia efficace ne sono infatti di solito sufficienti poche gocce. Nel caso sia necessari applicare l’olio sulla pelle, si raccomanda di diluirne una piccola quantità nell’olio vegetale preferito, in modo da evitare che la sua azione potente possa irritare l’epidermide, soprattutto se già sensibile. Per lo stesso motivo, il tea tre oil, come tutti gli altri oli essenziali, non deve essere applicato direttamente sulle mucose e deve essere tenuto lontano dalla portata dei bambini.

Il tea tree oil è un prodotto altamente concentrato e dall’odore persistente. Una confezione, se usata con parsimonia e senza inutili dispersioni, potrà durare molto a lungo. Il consiglio è quindi di fare attenzione alla scadenza al momento dell’acquisto. Nel caso in cui il suo odore risulti eccessivamente sgradevole, si consiglia di mescolarlo ad olio essenziale di limone o di lavanda, a seconda delle necessità. Gli oli essenziali sono infatti particolarmente sensibili alla luce. Perciò si suggerisce di conservarli al buio, ad esempio in un cassetto. Impiegatelo come antisettico in caso di piccole ferite. Applicatelo sulle zone interessate con un batuffolo di cotone dopo averne diluite due o tre gocce in olio vegetale.

Usi:

Salute e bellezza
1. Impiegatelo come antisettico in caso di piccole ferite. Applicatelo sulle zone interessate con un batuffolo di cotone dopo averne diluite due o tre gocce in olio vegetale.
2. In caso di problemi di acne e di foruncoli infiammati che sembra impossibile riuscire a sconfiggere, utilizzate il tea tree come trattamento d’urto applicandone una goccia, meglio se diluita, direttamente sull’imperfezione.
3. Il suo impiego viene sempre più di frequente consigliato in caso di candida. Per le modalità di utilizzo più corrette a seconda del vostro caso, chiedete maggiori informazioni al vostro ginecologo di fiducia.
4. Contro i sintomi dell’influenza, aggiungete cinque gocce di tea tree oil all’acqua bollente che utilizzerete per i suffumigi.
5. Per combattere la forfora, diluite dieci gocce di tea tree oil in un flacone di shampoo neutro (senza profumo e a base di tensioattivi vegetali) che utilizzerete come di consueto.
6. Realizzate un collutorio naturale dall’azione disinfettante e rinfrescante diluendo in un bicchiere d’acqua un cucchiaino di bicarbonato e due gocce di tea tree oil.
7. Il tea tree oil combatte efficacemente i cattivi odori causati dalla sudorazione. Perciò può essere aggiunto alla preparazione di un deodorante naturale in polvere a base di bicarbonato, che otterrete unendo a 50 gr. di quest’ultimo 8 gocce di olio essenziale. Conservate il tutto in un barattolino di vetro ben chiuso.
8. Per un massaggio tonificante, aggiungete a 20 ml di olio di mandorle dolci 6 gocce di olio essenziale di tea tree.
9. Può essere impiegato come antifungino nelle classiche patologie che colpiscono i piedi di chi pratica sport come il nuoto e frequenta spesso piscine o palestre.
10. In caso di raffreddore, l’aromaterapia suggerisce di riscaldare poche gocce diluite di tea tree tra sfregandole i palmi delle mani, prima di respirarne il benefico profumo. I suoi principi attivi passeranno attraverso le mucose nasali.

In casa e in viaggio
1. Per combattere la muffa, in un contenitore spray versate un litro d’acqua ed aggiungetevi mezzo bicchiere d’aceto e 15 gocce di tea tree. Spruzzate sulle zone interessate e lasciate agire il più a lungo possibile.
2. Lo stesso spray può essere utilizzato come prodotto multiuso per la pulizia degli specchi e per la disinfezione dei sanitari. In questo caso, per ottenere un profumo più gradevole ed aumentare l’efficacia, aggiungete altre 10 gocce di olio essenziale di limone.
3. Unendo 15 gocce di tea tree oil e 15 gocce di olio essenziale di eucalipto a mezzo bicchiere di bicarbonato, che lascerete sciogliere in un secchio d’acqua, otterrete un ottimo prodotto per la pulizia dei pavimenti.
4. Applicatene poche gocce su di un panno in cotone inumidito per disinfettare zone altamente interessare dalla presenza di germi, come le maniglie di porte, finestre e mobili.
5. Portate una confezione di tea tree sempre con voi in viaggio nel caso abbiate bisogno di un prodotto disinfettante da avere a portata di mano nel vostro alloggio, in campeggio, o quando vi capiterà di utilizzare un bagno pubblico. Applicarne alcune gocce su di un fazzoletto umido vi aiuterà a pulire dove necessario.
6. Diluite quattro gocce di tea tree oil nell’acqua che verserete nella vaschetta del vostro bruciaessenze per tenere lontani gli insetti.
7. Applicatene una goccia pura o diluita sulle punture di insetti per fare in modo che il prurito si calmi più rapidamente. Tenetelo a portata di mano in borsetta quando siete in vacanza. Sostituiràaltri prodotti certamente meno naturali.
8. Aggiungetene una decina di gocce al bucato per potenziare l’azione del vostro detersivo, ricordandovi di optare per un prodotto fai-da-te o il più possibile naturale e poco dannoso per l’ambiente.
9. Poche gocce di tea tree oil versate di tanto in tanto nella vaschetta della lavastoviglie vi aiuteranno ad ottenere una disinfezione ottimale di pentole e piatti e dello stesso elettrodomestico.
10. Create una pasta pulente per i fornelli o per i punti difficili del bagno unendo quattro cucchiai di bicarbonato con cinque gocce di tea tree oil e acqua quanto basta per ottenere una consistenza cremosa. Applicate con l’aiuto di una spugna – meglio se naturale, come quelle in luffa – e sfregate.


Tratto da articolo di Chiara Albè